The Japan Times - Traverso: Scienza al Ranch

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Traverso: Scienza al Ranch




A prima vista è solo spettacolo: una moto che entra in curva, la ruota posteriore che “molla”, il retrotreno che scivola verso l’esterno e poi, quasi per magia, la traiettoria si ricompone. Ma dietro quella magia c’è una grammatica precisa fatta di forze, attrito, carichi, geometrie e tempi. È questo il cuore di “La Scienza del traverso, con Valentino Rossi al Ranch”: un racconto che porta lo spettatore a Tavullia, nel MotorRanch VR46, per trasformare un gesto da campioni – il traverso, o powerslide – in una lezione pratica di fisica applicata.

Il “traverso” non è una derapata “a caso”. È una perdita di aderenza cercata e gestita, in cui la ruota posteriore scivola ma continua a essere parte della guida, mentre l’avantreno resta il riferimento stabile che “tiene” la curva. È la differenza tra scivolare e controllare lo scivolamento; tra subire il fondo e usarlo come strumento. Ed è un tema che al Ranch diventa naturale, perché qui il terreno è pensato – e vissuto – per insegnare ai piloti a convivere con un’aderenza che non è mai totale.

Il Ranch come laboratorio della trazione
Il MotorRanch VR46, sulle colline di Tavullia, è da anni un punto di ritrovo per piloti di diverse categorie e discipline. Non è un semplice “ovale” di dirt track: il tracciato è strutturato come un percorso complesso, con tratti che si collegano, variazioni di pendenza, curve cieche e cambi di ritmo che obbligano a una lettura continua del terreno. La superficie non è asfaltata: è un mix di sabbia su fondo di cemento. Tradotto in termini pratici: l’attrito tra pneumatico e suolo cambia rispetto a una pista tradizionale, e cambia anche la “sensazione” con cui la moto comunica i suoi limiti.

In un ambiente così, la derapata non è un incidente: diventa un linguaggio. E quel linguaggio si apprende con moto diverse da quelle del Motomondiale. Nelle sessioni di guida e nelle gare del Ranch si usano moto da enduro/cross adattate al contesto: assetti più bassi, ruote e soluzioni mirate a lavorare su un fondo che premia la progressività e punisce la rigidità dei comandi. La moto, qui, è un attrezzo di precisione per “misurare” l’aderenza, non un’arma per inseguire il limite a ogni costo.

“Traverso” significa: creare rotazione senza perdere il controllo
Il video scompone il traverso in una sequenza di fasi che, una volta comprese, mostrano quanto sia scientifico ciò che spesso viene raccontato solo come istinto.

1) Ingresso: velocità, chiusura del gas e frenata soprattutto anteriore
L’azione comincia prima della curva. Il pilota arriva “alto” di velocità, chiude il gas e frena. La frenata, su questo tipo di fondo, è soprattutto anteriore: serve a stabilizzare e a creare un punto fermo. Non è solo una questione di rallentare: è una questione di spostare il peso.

2) Trasferimento di carico: l’avantreno diventa il perno
Quando si frena, il carico si trasferisce in avanti. È il famoso trasferimento di carico: aumenta la forza con cui l’anteriore “preme” sul terreno. Più carico sull’anteriore significa più capacità di generare forza laterale e quindi più possibilità di “guidare” la moto mentre il posteriore si libera. In questa fase, la ruota davanti smette di essere solo una ruota che rotola: diventa il perno attorno a cui la moto può ruotare.

3) Controsterzo: la moto inizia a ruotare
Arriva poi un gesto controintuitivo per chi non ha esperienza: il controsterzo. Il manubrio viene mosso in direzione opposta a quella della curva per innescare la rotazione. Su un fondo a bassa aderenza, questo gesto ha un effetto immediato: la ruota posteriore, già “leggera” perché il carico è andato avanti, trova meno grip e comincia a scivolare. È qui che la moto si mette “di traverso”.

4) Riapertura del gas: il posteriore scivola, ma in trazione
Il traverso non è completo finché il pilota non riapre il gas. È l’acceleratore – più di ogni altro comando – a determinare quanta rotazione si produce e quanta stabilità si mantiene. Aumentare il gas significa aumentare la tendenza del posteriore a scivolare e quindi ad allargare la moto; ridurre il gas aiuta a “riagganciare” e stabilizzare. In questa fase il manubrio serve soprattutto a mantenere la stabilità, non a “sterzare” come si farebbe su asfalto.

5) Postura: corpo avanti e verso l’interno
La fisica non riguarda solo la moto: riguarda anche il pilota. Nella gestione del traverso, il corpo resta avanzato per aumentare l’aderenza dell’avantreno e inclinato verso l’interno curva. È una scelta funzionale: se l’anteriore perde grip mentre il posteriore scivola, la derapata smette di essere controllata e diventa rischio.

6) Uscita: togliere carico all’anteriore, raddrizzare e accelerare
Il traverso finisce quando la curva finisce. Per uscire puliti bisogna togliere gradualmente carico all’anteriore, raddrizzare la moto e tornare ad accelerare con continuità. È un passaggio delicato: troppo presto e la moto può “scappare” larga; troppo tardi e si perde velocità in uscita.

Questa sequenza rende chiaro un punto: il traverso è una gestione fine dell’aderenza. Non si tratta di sfidare la fisica, ma di farla lavorare a proprio favore.

Perché la sabbia “aiuta” e allo stesso tempo complica
Su asfalto la soglia di aderenza è più alta e più netta: si può avere molto grip, ma quando lo si supera il margine di recupero può essere più brusco. Sul fondo del Ranch, invece, l’aderenza è più bassa e più “mobile”: il pneumatico scivola prima, e spesso in modo più progressivo, ma la superficie può cambiare da giro a giro e anche da metro a metro. È il motivo per cui il traverso qui diventa una scuola: obbliga a sentire il limite e a restare morbidi.

Ed è anche il motivo per cui il Ranch è considerato, da molti piloti, un luogo formativo unico: insegna la gestione della trazione, l’uso dell’avantreno come riferimento, la capacità di correggere senza irrigidirsi. In poche parole: insegna il controllo.

La 100 km dei Campioni: quando la tecnica diventa gara
Questo contesto tecnico non è astratto: ogni anno trova la sua espressione più “pubblica” nella 100 km dei Campioni, la gara a coppie che si corre al Ranch. L’undicesima edizione ha confermato quanto questo evento sia diventato un punto fisso di fine stagione, con un elenco partenti che unisce piloti di massima categoria e specialisti del dirt/flat track, e una formula che negli ultimi anni ha aggiunto competizioni collaterali per aumentare spettacolo e competitività.

Nell’ultima edizione disputata, la gara principale si è corsa sulla distanza di cento chilometri, con 23 coppie (46 piloti) e un formato che impone ritmo, gestione e costanza. Il risultato ha premiato la coppia formata da Francesco “Pecco” Bagnaia e Augusto Fernandez, capaci di imporsi nonostante una posizione di partenza arretrata. Alle loro spalle, in una classifica serrata fino all’ultimo, si sono piazzati Diogo Moreira con Federico Fuligni e Luca Marini con Matteo Patacca, in un finale con distacchi ridotti.

La stessa edizione è stata segnata anche da episodi che ricordano quanto il controllo, su questo fondo, sia sempre un equilibrio. Valentino Rossi, in coppia con Mattia Casadei, è stato di fatto estromesso dalla lotta di vertice a causa di un inconveniente legato a un contatto nelle fasi iniziali che ha compromesso la moto, rendendo impossibile competere ad armi pari nella gara principale.

Eppure, proprio qui si vede la doppia faccia del Ranch: da un lato la severità del fondo, dall’altro la varietà dei format che permettono a talento e sensibilità di emergere anche fuori dalla “cento chilometri”. Nello stesso weekend, infatti, la Sprint ha visto Rossi imporsi in una gara breve sulla pista lunga, mentre l’Americana – il format a eliminazione sul tracciato corto e illuminato artificialmente – ha premiato Elia Bartolini, protagonista di una prova di grande efficacia.

Questo mosaico di gare non è solo intrattenimento: è un modo per osservare la tecnica in condizioni diverse. Nel lungo, conta la regolarità e la gestione del rischio; nel breve, conta la precisione immediata; nell’eliminazione, conta la lucidità quando l’errore non è più ammesso.

La “scienza del traverso” come ponte tra sport e divulgazione
Il valore aggiunto del video è proprio questo: non si limita a mostrare la derapata, ma la traduce. L’idea è che il traverso non sia un “numero” da stuntman, ma un insieme di scelte coerenti: quando frenare, quanto caricare l’anteriore, quanto controsterzare, quanto gas dare, come posizionare il corpo, come rientrare in traiettoria.

In questa narrazione, Valentino Rossi non è soltanto l’icona che ha trasformato Tavullia in un luogo simbolico per i motori: è l’interprete ideale di un tema che parla di sensibilità. Perché il traverso, più di tante altre tecniche, chiede una qualità che non si misura solo con il cronometro: la capacità di sentire la moto prima che “parli” con una perdita di controllo.

Dal Ranch alle quattro ruote: una sensibilità che resta
C’è poi un ulteriore livello di lettura, particolarmente attuale. Rossi, dopo il ritiro dalle corse motociclistiche, ha costruito una seconda carriera nell’automobilismo e nel 2026 continuerà il suo percorso nelle competizioni GT in Europa con BMW, scegliendo un impegno più compatibile con la vita familiare rispetto ai programmi endurance più itineranti.

In apparenza, la derapata su una pista di sabbia e la guida di una GT da gara sono mondi lontani. Ma la “lezione” del traverso li avvicina: in entrambi i casi, la chiave è la trazione. Capire quando una gomma sta per perdere aderenza, modulare un comando invece di “spezzarlo”, usare il carico per creare stabilità, gestire una rotazione senza esagerarla: sono competenze trasversali, letteralmente.

E forse è qui che il titolo “La Scienza del traverso” trova la sua definizione più concreta: la scienza non è un contorno, è ciò che rende replicabile il gesto. È ciò che trasforma un colpo di genio in un’abilità allenabile. È ciò che, a Tavullia, ogni curva continua a insegnare – anche quando sembra soltanto polvere e spettacolo.