The Japan Times - Pianura Padana, mondo sepolto

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Pianura Padana, mondo sepolto




Tra le Alpi e gli Appennini, la Pianura Padana sembra raccontare una storia semplice: fiumi, campi, città e un orizzonte che si allunga senza ostacoli. Il sottosuolo restituisce un paesaggio diverso. Sotto le alluvioni si trovano antichi depositi marini, strutture rocciose piegate dalla compressione, faglie e acquiferi distribuiti su più livelli. La superficie piatta nasconde un bacino profondo, costruito attraverso l’interazione fra montagne in crescita, erosione, sedimentazione e abbassamento del terreno.

Questa storia riguarda anche il presente. Le caratteristiche dei sedimenti condizionano la circolazione dell’acqua e la risposta del terreno alle scosse sismiche. Le deformazioni profonde aiutano a spiegare i terremoti; la compattazione e i prelievi dal sottosuolo possono contribuire alla subsidenza. Per comprendere il territorio padano, insomma, non basta osservarne la carta stradale: occorre leggerlo anche in verticale.

Prima della pianura c’era un golfo
Circa cinque milioni di anni fa, nel Pliocene, una parte considerevole dell’area oggi occupata dalla pianura era un golfo marino compreso tra Alpi e Appennini. Dove ora si estendono centri abitati e coltivazioni, si accumulavano sedimenti in ambienti molto diversi da quelli attuali. Il mare padano comunicava con il Mediterraneo attraverso il settore adriatico, ma la posizione delle coste cambiava nel tempo. La nascita del bacino è inseparabile dalla formazione delle catene montuose che lo circondano. Mentre le rocce venivano deformate e sollevate, la dinamica della crosta e della placca adriatica favoriva l’abbassamento di settori adiacenti. Si creava così lo spazio necessario ad accogliere enormi quantità di materiale eroso dai rilievi.

Il bacino, quindi, non era una conca rigida destinata semplicemente a riempirsi. Il suo fondo continuava a muoversi mentre riceveva nuovi depositi. Questo equilibrio tra subsidenza e sedimentazione spiega come sia stato possibile accumulare successioni molto spesse senza costruire un rilievo equivalente in superficie.

Il lavoro dei fiumi e dei ghiacciai
I corsi d’acqua hanno trasferito verso il bacino i prodotti dell’erosione delle montagne. Ghiaie, sabbie, limi e argille si sono depositati in ambienti fluviali, deltizi, costieri e marini, contribuendo alla progressiva avanzata delle terre emerse. Il Po ha avuto un ruolo centrale, insieme ai fiumi provenienti dalle Alpi e dagli Appennini.
Durante il Pleistocene, le glaciazioni alpine hanno intensificato l’erosione e modificato la disponibilità di sedimenti. Anche le oscillazioni del livello marino hanno condizionato il lavoro dei fiumi e la posizione delle loro foci. Il risultato non è stato un avanzamento uniforme: erosione e deposizione si sono alternate, lasciando nel sottosuolo discontinuità, antichi canali e successioni di ambienti differenti.

Per la costruzione della pianura alluvionale emiliano-romagnola, una fase importante viene collocata a partire da circa 600.000 anni fa. Non è, però, la data di nascita dell’intera Pianura Padana. Il bacino è molto più antico e i suoi diversi settori hanno seguito evoluzioni differenti. Numerosi depositi superficiali sono invece recentissimi in termini geologici, risalendo agli ultimi millenni.

La pianura attuale è dunque l’ultima configurazione di un paesaggio che ha cambiato più volte forma, posizione delle coste e organizzazione dei fiumi.

Le montagne nascoste
L’espressione “montagne sepolte” descrive efficacemente la complessità delle strutture profonde, ma richiede una precisazione. Non bisogna immaginare una catena di cime intatte racchiusa in una gigantesca cavità. Si tratta di dorsali rocciose, pieghe e sovrascorrimenti coperti da sedimenti: strutture che possono essersi sviluppate senza mai assumere l’aspetto di montagne emerse.

Il fronte dell’Appennino settentrionale prosegue sotto la pianura. Nel settore meridionale si riconoscono sistemi arcuati, tra cui quelli emiliano e ferrarese-romagnolo, mentre lungo il margine settentrionale sono presenti strutture legate alle Alpi meridionali. La copertura alluvionale rende poco evidente in superficie questa architettura. Nei settori più profondi del bacino, le successioni terrigene plio-pleistoceniche raggiungono spessori dell’ordine di diversi chilometri, localmente fino a circa otto. Non è una profondità valida ovunque: sopra le culminazioni strutturali e presso i margini del bacino, geometrie e spessori cambiano sensibilmente.

Come si esplora ciò che non affiora
Una parte importante delle conoscenze sul sottosuolo padano deriva dalle esplorazioni per gli idrocarburi. Perforazioni e indagini geofisiche hanno fornito informazioni che vanno oltre l’obiettivo industriale originario, permettendo di ricostruire l’assetto del bacino. Nella sismica a riflessione, onde generate in modo controllato attraversano il terreno e vengono parzialmente riflesse quando incontrano superfici che separano materiali con proprietà differenti. L’interpretazione dei segnali restituiti consente di riconoscere l’andamento degli strati e delle principali strutture. I sondaggi aggiungono osservazioni dirette; campioni, microfossili e altri indicatori aiutano a stabilire natura ed età dei depositi.

Integrando queste informazioni si costruiscono modelli tridimensionali. Nella Pianura Padana centrale, il progetto GeoMol ha sviluppato ricostruzioni geologiche e termiche utili sia allo studio delle strutture sismicamente attive sia alla valutazione del potenziale geotermico. Il sottosuolo viene così descritto come un volume, anziché come una semplice successione di strati sotto un punto della carta.

L’acqua non forma un lago sotterraneo
Fra le risorse custodite sotto la pianura, l’acqua occupa un posto essenziale. Le falde, tuttavia, non costituiscono generalmente un unico lago sotterraneo. L’acqua circola negli spazi tra i granuli dei sedimenti permeabili, soprattutto sabbie e ghiaie. Livelli limosi e argillosi possono rallentarne il movimento e separare parzialmente acquiferi sovrapposti. La distribuzione dei materiali riflette la storia dei fiumi. Antichi canali riempiti di sabbia possono diventare vie preferenziali di circolazione, mentre depositi più fini producono condizioni differenti. Per questo due pozzi relativamente vicini non intercettano necessariamente la stessa situazione idrogeologica.

Conoscere queste geometrie serve a gestire i prelievi e a interpretare le variazioni dei livelli idrici. La presenza di acqua nel sottosuolo, da sola, non indica quanta se ne possa utilizzare stabilmente: occorre considerare ricarica, collegamenti con le acque superficiali, qualità e tempi di risposta del sistema. Una riserva accumulata nel terreno non equivale a una disponibilità senza limiti.

Siccità, neve e ricarica
L’evoluzione delle risorse idriche sotterranee padane tra il 2002 e il 2022, ricostruita integrando dati satellitari e osservazioni di oltre mille pozzi di monitoraggio, presenta un quadro articolato: a un calo complessivo si affiancano differenze importanti tra le aree considerate.

In alcuni territori agricoli sottoposti a irrigazione intensiva, le falde hanno mostrato maggiore stabilità grazie all’infiltrazione di una parte dell’acqua distribuita. Un elemento decisivo è la provenienza di quell’acqua: nel sistema studiato, l’irrigazione utilizza ampiamente risorse superficiali alimentate anche dalla neve alpina.
Il risultato non autorizza a considerare lo spreco una strategia. Mostra piuttosto che l’efficienza va valutata sull’intero sistema idrico: una quantità che lascia il campo coltivato può contribuire alla ricarica, mentre una riduzione degli apporti invernali può indebolire l’intera catena, dalla montagna alle falde. La gestione agricola e la geologia del sottosuolo non possono essere trattate come questioni separate.

Perché una pianura può tremare
I terremoti del 20 e del 29 maggio 2012 hanno mostrato quanto sia fuorviante associare un paesaggio piatto all’assenza di attività tettonica. Le scosse hanno interessato la pianura emiliana e territori vicini, causando gravi danni a edifici civili, industriali, rurali e monumentali.

La loro origine va ricercata nelle strutture profonde attive del bacino. La superficie non deve necessariamente presentare una scarpata o una catena montuosa perché nel sottosuolo si accumulino e si rilascino tensioni. Le faglie possono rimanere nascoste sotto la copertura sedimentaria.

Conta inoltre la risposta locale del terreno. Depositi e geometrie del bacino influenzano la propagazione delle onde: la distanza dall’epicentro, da sola, non basta a descrivere gli effetti attesi. Per il terremoto del 20 maggio 2012, quasi 14.000 questionari compilati dai cittadini hanno documentato quanto fosse estesa la percezione della scossa, consentendo di attribuire valori di intensità a oltre duemila comuni.

La prevenzione deve quindi combinare conoscenza delle sorgenti sismiche, caratteristiche del terreno e vulnerabilità degli edifici, senza dedurre la sicurezza dall’aspetto del paesaggio.

Il terreno che si abbassa
Alla deformazione tettonica si affianca la subsidenza, ossia l’abbassamento della superficie. Le cause possono essere naturali, come la compattazione dei sedimenti e l’evoluzione del bacino, oppure legate alle attività umane. In determinati contesti, il prelievo di fluidi dal sottosuolo può favorire ulteriori assestamenti.

Non esiste però una velocità unica di abbassamento per tutta la Pianura Padana. Il fenomeno varia nello spazio e nel tempo e va misurato attraverso reti di monitoraggio, osservazioni satellitari e dati locali. Affermare genericamente che l’intera pianura “sta sprofondando” cancella differenze decisive per comprenderne i rischi.

Nelle aree costiere e depresse, l’abbassamento del terreno può rendere più complessa la difesa dalle acque. Per valutarne le conseguenze occorre considerarlo insieme al livello del mare, al funzionamento del drenaggio e alle condizioni delle opere idrauliche. È un problema di gestione territoriale che richiede continuità di osservazione, non soltanto attenzione durante le emergenze.

Una storia ancora in corso
Sotto la Pianura Padana si conserva un archivio della trasformazione dell’Italia settentrionale: ambienti marini, antichi corsi d’acqua, deformazioni delle rocce e risorse idriche. È un archivio incompleto, che le indagini continuano a precisare, ma sufficientemente chiaro da smentire l’idea di un territorio geologicamente immobile.

La conseguenza pratica è che pianificazione e manutenzione non possono fermarsi alla superficie. Un nuovo edificio, un pozzo, una rete di drenaggio o un progetto energetico incontrano condizioni che dipendono da quella lunga storia. Leggerla permette di distinguere risorse e limiti, evitando di trattare come uniforme un territorio che uniforme non è.