Riccardo Bertoncelli, lo scontro con Guccini? 'Ci volevamo bene'
Critico musicale: "Oggi non rifarei quella recensione" che lo fece finire nell'Avvelenata
(di Mauretta Capuano) "A Francesco volevo bene, lui mi voleva bene". Il critico musicale Riccardo Bertoncelli, 51 anni dopo il celebre scontro con Francesco Guccini per la sua recensione "infelice e tagliata con l'accetta" all'album 'Stanze di vita quotidiana' che lo fece finire nella strofa dell'Avvelenata "Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate", non vuole più rievocare quell'episodio se non per ricordare come abbia fatto nascere un'amicizia. "Ci siamo scontrati all'inizio, era il 1975. Non mi interessavo di canzoni d'autore ed era stato abbastanza casuale che scrivessi di quell'album. Sono stato la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Era il periodo dei cantautori contestati, ma non volevo mettermi tra quelli. Sono passati 51 anni, ci siamo frequentati tante volte, ci vedevamo al Tenco. Quando Francesco ha smesso di suonare e faceva metà spettacolo parlando lui e poi i suoi musicisti suonavano, per tre volte, a Milano, Roma, in Cattedrale ad Avezzano abbiamo discusso anche dell'Avvelenata. C'è sempre stata una grande stima e amicizia, voglio spendere questa parola che uso poco" dice all'ANSA Bertoncelli che nel suo nuovo libro 'Abitavo a Penny Lane' (Feltrinelli) dedica un capitolo a quella storia. "Ci siamo incontrati perché volevo un chiarimento, sono andato a casa sua, ci siamo capiti. Ho scoperto che avevamo molte cose in comune, ci appassionavano le poesie di Gozzano, Borges e i fumetti di Paperino di Carl Barks. è sempre stato un bell'incontrarsi" racconta. "Lui, a un certo punto, quando ci siamo conosciuti ha detto 'tolgo il tuo nome' dalla canzone, ma io ho risposto 'è stato uno sfogo, tienilo'. Era convinto che sarebbe stata una canzone da concerto e invece è finita nei jukebox e anche lui non ne poteva più. La recensione era uscita su Gong, rivista che ha cambiato le carte in tavola della cultura italiana. La prima volta che ho raccontato l'episodio in forma letteraria era il 1998 nel libro 'Paesaggi immaginari' e non se l'è filata nessuno. Venti, trent'anni fa si parlava meno dell'Avvelenata, c'è una forma di resilienza insopportabile. Oggi non importa la musica, ma il pettegolezzo" dice senza mezzi termini Bertoncelli, 74 anni. "Sono stato vittima io, ma anche lui perché - continua - gli chiedevano sempre di questa canzone mentre altre canzoni con linguaggio colto e insolito sono state trascurate". "'Stanze di vita quotidiana' a me non era piaciuto per svariate ragioni. A lui non piaceva perché lo avevano pasticciato in sede di arrangiamenti. A Francesco ha dato fastidio il tono della mia recensione". Oggi lo rifarebbe? "No, riconosco di avere esagerato. Erano altri tempi, c'era il bianco e il nero, si procedeva con la scimitarra. Oggi ci sono le lingue allenate a battere i tamburi". Bertoncelli torna poi sulle affinità con Guccini: "Io sono un orso alpino, ho sangue novarese e dolomitico, lui era un orso appenninico. Sono ispido come era lui, ci capivamo: una volta gli ho detto 'ci vediamo la prossima settimana, mercoledì a mezzogiorno, ti chiamo il giorno prima per confermare'. 'Perché mi chiami? se lo abbiamo detto è così'. Anche io avrei detto la stessa cosa'. Tutto il contrario di quello che si fa oggi". "Penso che abbia lasciato delle cose bellissime. Forse sulla musica i suoi musicisti sarebbero stati contenti di lavorare di più. Guccini era pigro e amava lavorare sul testo. A 50 anni ha cominciato a pubblicare regolarmente e ha sostituito il cantare con lo scrivere libri. Credo si sia realizzato più nei romanzi che nelle canzoni. Noi lo abbiamo amato per l'uno e per l'altro, più per le canzoni. Passerà alla storia soprattutto come cantautore. Uno dei pochi con De André, De Gregori che ha gettato un ponte fra la canzone e la letteratura, cosa allora vietata o affidata a pochi intellettuali. Fino agli anni Sessanta i testi non arrivavano a quelle profondità e ricerche. Erano canzonette, non canzoni". Oggi? "Lascia un'eredità grandissima e ricchissima. Il presente si gioca su altri territori. Mi stupisce che le giovani generazioni siano amanti di Guccini, parlava una lingua desueta e aveva dei modi desueti".
K.Okada--JT
