The Japan Times - Cannes, coproduzioni e IA, il mercato senza Hollywood

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Cannes, coproduzioni e IA, il mercato senza Hollywood
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Cannes, coproduzioni e IA, il mercato senza Hollywood

Spopola il microdrama, i rumors sul cambio di strategia Usa

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(di Alessandra Magliaro) Buone notizie dal Marché di Cannes: il cinema è vivo, anche se sta cambiando forma, anzi formato. E sebbene sia sempre più complesso far partire una produzione e farle fare la strada giusta per arrivare al pubblico, questo c'è e ha fame di storie. Un pubblico talmente affamato e con a disposizione una sorta di juke box nel telefonino, perché lo scrollare TikTok o Instagram di fatto questo è, da gradire il micro-drama, un film corto di appena due minuti, il formato di grande tendenza in Cina e anche in America che sta diventando il nuovo business industriale. Con 40mila professionisti che partecipano al Festival di Cannes - di cui 16mila registrati al Marché provenienti da oltre 140 paesi - il mercato va a gonfie vele. Stati Uniti, Francia e Regno Unito rimangono i primi tre paesi in termini di affluenza, mentre l'Europa continua a guidare come regione più rappresentata. Ma è dall'Asia che arriva il vero boom, con la Cina che spadroneggia e il Giappone — il Paese d'onore di quest'anno — che registra un aumento di quasi il 50% di presenze, il quinto più rappresentato nel mercato cinematografico. I Paesi si propongono con le loro location per girare, con gara a chi detassa di più (ben piazzati Brasile e India), oltre che come partner produttivi e sono importanti anche gli hub di post produzione, cruciali per il nuovo cinema multi destinazione. La Cina promuove ad esempio Hangzhou dove c'è il più grande studio mondiale di produzione virtuale di IA. E l'Italia? Lorenzo Mieli è al festival per presentare in concorso oggi Fatherland di Pawel Pawlikowski. "Il progetto - dice all'ANSA - è partito dall'Italia da Mario Gianani e da noi con Our Films (una società Mediawan, Italia ndr) e con Mubi che ha cofinanziato il film, tirando poi dentro partner dalla Polonia e Germania. Per progetti così ambiziosi, come Fatherland e altri del cinema di autore, quello che gli americani chiamano specialty movies, è tutto molto complicato, sono dei puzzle difficili da mettere insieme e si riesce dopo mesi di trattative". In generale il mercato è stabile, ma il sistema sempre più ibrido "perché le piattaforme, che sono un player a tutti gli effetti, hanno cominciato a produrre in maniera più flessibile e con diritti su singoli Paesi". Un ecosistema cinematografico dove i formati brevi e l'uso creativo e nella post produzione dell'intelligenza artificiale sono i grandi temi del momento. In tutto questo balza evidente una vistosa assenza: il cinema Usa, e praticamente non si parla di altro che di questo cambio di strategia. Nonostante la storia di Cannes sia indissolubilmente legata a quella del cinema americano, quest'anno i film d'autore statunitensi sono pochi e rari (Paper Tiger di James Gray con Adam Driver e Scarlett Johansson e The Man I Love di Ira Sachs con Rami Malek). Una serie di eventi ha rallentato il numero di progetti, la congiuntura internazionale è critica e c'entra molto la scarsa attenzione riservata ai film indipendenti sia dagli studi di Hollywood che dalle piattaforme di streaming. Ma c'entra anche la riflessione che i film che hanno vinto agli Oscar quest'anno come Una battaglia dopo l'altra di Paul Thomas Anderson o Sinners di Ryan Coogler non avevano avuto passaggi a Cannes né altrove: dei Festival si può fare a meno? Si risparmia sui costi della trasferta, della pubblicità e magari si evitano le onde di ipotetiche critiche negative. Come se non bastasse a Cannes quest'anno non ci sono neppure premiere mondiali di blockbuster, tipo le saghe di Star Wars, Indiana Jones, Top Gun e Mission: Impossible per fare qualche esempio. Come se il cinema di Hollywood stesse smobilitando dalla Croisette. I colossi di Hollywood Universal, Disney, Warner, Sony e Paramount non propongono alcun nuovo film americano. Eppure i titoli c'erano come Star Wars: The Mandalorian e Grogu, con Pedro Pascal e Sigourney Weaver (nelle sale dal 20 maggio), Odyssey di Christopher Nolan (15 luglio, ma "non ancora pronto" per il festival secondo Frémaux), Disclosure Day di Steven Spielberg (10 giugno) e Digger di Alejandro González Iñárritu (30 settembre), con Tom Cruise. Warner ha Amarga Navidad di Pedro Almodóvar, in concorso. 
. Fuori dai Festival invece, la storia recente ce lo sta dicendo, gli eventi controllati dalle major in tutta la filiera, con stampa al seguito e influencer a parlarne bene, stanno funzionando come dimostrano i blockbuster Michael e Il Diavolo Veste Prada 2. Cannes si preoccupa e Venezia è all'erta.

M.Yamazaki--JT