The Japan Times - Petraeus: la sfida in Iran è il controllo energetico e l'Ucraina anticipa il futuro della guerra

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Petraeus: la sfida in Iran è il controllo energetico e l'Ucraina anticipa il futuro della guerra
Petraeus: la sfida in Iran è il controllo energetico e l'Ucraina anticipa il futuro della guerra

Petraeus: la sfida in Iran è il controllo energetico e l'Ucraina anticipa il futuro della guerra

Nel suo ultimo volume, il generale David Petraeus esamina quasi ottant'anni di dinamiche belliche, evidenziando come la superiorità militare non garantisca automaticamente la vittoria politica. L'ex comandante delle forze USA in Iraq e Afghanistan sottolinea l'urgenza di adattare le strategie alla guerra moderna, dove il controllo dei flussi energetici in Iran e l'uso massiccio dei droni in Ucraina rappresentano le nuove frontiere del conflitto globale.

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Il generale David Petraeus, figura di spicco nella storia militare recente degli Stati Uniti e attuale presidente del KKR Global Institute, ha delineato una visione critica delle dinamiche geopolitiche globali nel suo ultimo saggio, intitolato "L’arte della guerra contemporanea. Dalla caduta del Nazismo al conflitto in Ucraina", scritto insieme ad Andrew Roberts. Nel testo, Petraeus ripercorre quasi ottant'anni di conflitti, analizzando le lezioni strategiche tratte dalle esperienze americane in Vietnam, Iraq e Afghanistan, per trarne conclusioni applicabili alle sfide attuali, in particolare quelle legate all'Iran e alla guerra in Ucraina.

La tesi centrale del generale è che gli Stati Uniti continueranno a mantenere il ruolo di leader del mondo libero, ma questo sarà possibile solo se gli alleati saranno disposti ad assumersi nuove responsabilità. Petraeus non definisce questa evoluzione come un isolamento americano, ma piuttosto come una necessità di ridistribuzione degli oneri globali. Secondo la sua analisi, presidenti americani di diverse epoche, da Clinton a Biden, hanno costantemente sollecitato l'Europa a fare di più per la propria difesa. Oggi, sia per la minaccia rappresentata dalla Russia di Vladimir Putin sia per le pressioni politiche dell'amministrazione Trump, gli europei stanno progressivamente rispondendo a questa chiamata, un processo che Petraeus considera un vantaggio per entrambe le sponde dell'Atlantico.

Un punto cruciale del suo ragionamento riguarda la NATO. Petraeus ribadisce che esiste ancora un forte sostegno al Senato e tra la popolazione americana per l'alleanza transatlantica. Tuttavia, sottolinea che senza le capacità americane fondamentali – come intelligence, comando e controllo, aerei stealth e bombardieri – la NATO sarebbe significativamente più debole. Gli europei devono quindi assumersi una parte maggiore dell'onere operativo, ma le forze armate statunitensi rimangono indispensabili. Se l'Ucraina dovesse un giorno entrare nella NATO, la situazione geopolitica cambierebbe radicalmente, poiché il paese sta combattendo il principale avversario dell'Alleanza e si sta preparando prima degli altri alle guerre del futuro.

Nel analizzare le lezioni storiche, Petraeus evidenzia l'importanza della leadership strategica. Riferendosi al Vietnam, nota che ci vollero tredici anni per trovare la strategia giusta, quando ormai il sostegno interno era già crollato. In Iraq, prima del "surge" (l'aumento di truppe), la strategia americana fu invalidata dalla guerra confessionale tra sunniti e sciiti. Petraeus chiarisce che il surge non fu solo un aumento numerico, ma soprattutto un'esplosione di idee che permise di passare alla dottrina del "clear and hold": liberare un'area, restarvi, proteggerla e solo dopo trasferire il controllo alle forze irachene. Al contrario, in Afghanistan, gli Stati Uniti impiegano anni per trovare la strategia giusta, ma poi si ritirano seguendo le necessità politiche di Washington piuttosto che quelle afgane, pagando un prezzo visibile a tutti.

La seconda grande lezione tratta dal libro riguarda l'importanza delle trasformazioni tecnologiche. Petraeus osserva che in Ucraina la guerra cambia più rapidamente delle istituzioni militari tradizionali. Gli ucraini utilizzano circa diecimila droni al giorno, non solo come piattaforme semplici ma come sistemi sempre più autonomi guidati da algoritmi e intelligenza artificiale capaci di decidere e impartire istruzioni. Questo impone un cambiamento radicale nelle forze, nell'addestramento e nei mezzi. Due anni e mezzo fa si vedeva ancora la guerra ad armi combinate tradizionali, con carri armati e fanteria; oggi molte di queste formazioni non riescono più a sopravvivere nello stesso modo. I russi sono spesso ridotti a piccoli gruppi sotto la costante sorveglianza dei droni e subiscono perdite giornaliere che superano mille tra morti e feriti.

Per quanto riguarda il Medio Oriente, Petraeus analizza l'evoluzione del conflitto con l'Iran. Il generale ritiene che il conflitto sia ancora lontano dalla conclusione e si trovi in una fase di confronto di volontà. I leader iraniani credono di poter resistere più a lungo dell'amministrazione Trump nonostante il rialzo del dollaro ai minimi, l'inflazione, la disoccupazione e un'economia fortemente sotto pressione. La chiave della strategia iraniana risiede nel controllo dei flussi energetici. Teheran ha compreso il valore strategico dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa circa il venti percento del petrolio mondiale e una quota analoga di gas naturale liquefatto (GNL). L'Iran ha dimostrato quanto possano essere efficaci numeri limitati di droni, missili e razzi per costringere gli Stati Uniti a modificare l'uso delle basi nella regione. Chi condiziona quei traffici dispone di una capacità di distruzione enorme, quasi equivalente sul piano strategico a ciò che cercava attraverso il programma nucleare.

L'evoluzione futura dipenderà dai flussi energetici. Se il corridoio del Central Command attorno all'Oman riuscirà a far uscire abbastanza greggio, se Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita continueranno a esportare via Fujairah e Yanbu e se la domanda globale, soprattutto cinese, calerà, il prezzo del Brent potrebbe scendere. A quel punto diminuirebbe anche la pressione politica su Trump, ridefinendo le sorti del conflitto. Tuttavia, Petraeus ritiene che le richieste iraniane – revoca delle sanzioni, riparazioni, scongelamento delle riserve e controllo dello Stretto – restino difficilmente accettabili nel breve termine, non vedendo una convergenza imminente.

Riguardo alla posizione della Russia, il generale valuta che le difficoltà per Mosca stiano aumentando. L'Ucraina non solo contiene i russi sul fronte, ma conduce una campagna strategica contro raffinerie e infrastrutture logistiche all'interno della Federazione Russa. Ci sono crescenti difficoltà nell'approvvigionamento di carburante e la campagna per isolare la Crimea. Petraeus ipotizza che la penisola potrebbe passare dall'essere il "gioiello della corona" di Putin a un peso strategico, generando ricadute significative per la politica interna russa.

Infine, Petraeus tocca il rapporto tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. Sebbene Arabia Saudita e Pakistan abbiano da tempo una relazione molto stretta, l'ingresso della Turchia aggiunge una nuova dimensione alla regione. Nella Penisola Arabica, come altrove, si cerca di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. Tuttavia, Petraeus nota che questa alleanza non sembra ancora essersi tradotta in una vera capacità operativa comune.

Riflettendo sull'eredità delle ere neoconservatrice di Bush e liberal-interventista di Obama, Petraeus sostiene che le esperienze in Iraq e Afghanistan hanno temperato i grandi disegni precedenti, portando a una maggiore cautela verso l'overreach (l'eccessiva espansione). Questo ha permesso a Trump di promuovere il concetto di "America First", ma Washington non ha rinunciato al proprio ruolo globale. Resta la convinzione che la NATO sia essenziale e che gli alleati abbiano valore, con gli Stati Uniti disposti a sostenere i propri principi senza spingersi troppo oltre.

Sulla Cina e la potenziale crisi di Taiwan, Petraeus esprime preoccupazione. Per impedire uno scontro serve una deterrenza solida nell'Indo-Pacifico, collaborando con gli alleati regionali. Gli avversari devono valutare correttamente le capacità americane e la volontà di impiegarle, mentre gli Stati Uniti devono rafforzarle senza essere inutilmente provocatori. Una guerra tra le due maggiori economie del mondo sarebbe, secondo il generale, uno degli sviluppi più rovinosi immaginabili.

K.Inoue--JT